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Due torce per Delhi
di Giovanni Vuono
Photos by Tenzin Dasel/Phayul.com
C’erano due fiaccole che percorrevano le strade di Delhi e pareva quasi che ci fossero anche due città completamente diverse tra loro. C’era la torcia olimpica di Pechino che, dopo le manifestazioni di Londra, Parigi e San Francisco, si doveva proteggere a tutti i costi dai paventati assalti dei contestatori pro-Tibet. E c’era una Delhi svuotata, una città che appariva quasi fantasma agli occhi di chi è abituato al caotico e rumoroso traffico di tutti i giorni.
C’era poi la torcia alternativa, quella simbolica che rappresentava la contestazione tibetana. La torcia della pace che forse conta meno ma meglio rappresenta lo spirito olimpico della fratellanza e, poco distante dall’altra, faceva sentire viva la città.
La torcia olimpica era arrivata durante la notte in un aeroporto secondario. Era stata accolta dal presidente della Federazione Olimpica indiana e l’avevano nascosta in un albergo. Attorno alle 15.30 è uscita super protetta dagli ormai famosi ninja blu cinesi e da una squadra speciale di polizia indiana. Poi con un corteo di sei autobus dai vetri scuri la fiaccola è stata portata verso il piazzale di Rashtrapati Bhavan dove nell’India coloniale risiedeva il vicerè britannico. Da qui sarebbe partita la staffetta che doveva arrivare fino all’India Gate. Il percorso costituiva una zona rossa vietatissima. Proibita anche agli innocui sguardi dalle finestre dei palazzi che, infatti, dovevano essere rigorosamente chiuse. La zona era accessibile solo a quei pochi muniti di pass speciale, ai media accreditati e a pochissime bandiere rosse con le 5 stelle.
La torcia dei contestatori è diversa anche nelle fattezze. Non si sa chi l’ha portata ma si è ritrovata in uno slogan significativo “Light the passion, share the dream” accendi la passione e condividi un sogno. Il riferimento è a un Tibet libero. Intorno ci sono anche supporters indiani inclusi parlamentari, scrittori, attivisti… C’è George Fernandes ex Ministro degli Esteri, Swami Agnivesh leader religioso, l’attrice Nafisa Ali, tutti a ricevere il calore e il plauso di migliaia di persone.
La torcia olimpica si muoveva costretta in mezzo a 15 mila uomini tra polizia e esercito. Sorvegliata anche da sopra i tetti delle case per quei soli 84 minuti di un percorso trincerato da rotoli di filo spinato, transenne metalliche e barriere di bambù. Passava di mano in mano fra i tedofori anche loro costretti a sorrisi asettici rivolti verso le macchine fotografiche e le telecamere e senza la gratificazione dell’applauso di un pubblico. Tra loro mancavano alcuni personaggi di spicco, come il capitano della nazionale indiana di calcio e due famosi giocatori di cricket, lo sport più popolare in India. Quest’ultimi hanno dato forfait e rinunciato ad essere tedofori chi dichiarando chiaramente la sua solidarietà al Tibet chi adducendo altra giustificazione ma il senso era il medesimo. E anche l’effetto. Era una torcia triste in una Delhi triste.
La torcia tibetana è stata accesa al Rajgath, il mausoleo in memoria di Mahatma Gandhi, il padre dell’India. Dopo una breve ma molto toccante cerimonia interreligiosa con indù, musulmani, sikh, buddisti, una folla di 30 mila persone l’ha accompagnata festosa sventolando bandiere tibetane che, a buona ragione, richiedono l’attenzione delle istituzioni e dell’occidente libero e democratico sul Tibet occupato e oppresso dalla violenta occupazione cinese. Il fuoco della fiaccola ardeva vivace e da questa parte il cuore della città batteva.
Quando il corteo della torcia ufficiale è arrivato all’India Gate la cerimonia si è conclusa in fretta. Hanno acceso il grande braciere sotto il grande arco. Hanno suonato gli inni indiani e cinesi, qualche saluto impettito e stop. Tutto finito.
La torcia tibetana è arrivata a Jantar Mantar dopo aver percorso circa 4 chilometri e mezzo e c’erano tantissime persone ad accoglierla. Giovani studenti, tanti monaci e laici arrivati da tutta l’India. E poi ancora tante bandiere tibetane, bandierine di preghiere agitate dal vento, lampade a burro, incenso, una gigantesca fotografia del Potala, canti di monaci e le tradizionali danze Tashi Sopa di buon auspicio. Per un attimo questa Delhi si è trasformata in un piccolo Tibet.
C’erano due fiaccole olimpiche che hanno diviso Delhi in due. Non una “Old Delhi” e una “New Delhi”. Non una “ Delhi a favore” e una “Delhi contro”. Ma una Delhi triste, emaciata e per qualche ora chiusa in un diplomatico limbo surreale e una Delhi festosa, colorata e aperta alla speranza e al sogno di libertà per un popolo che proprio qui, in esilio, è rispettato e benvoluto.