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PODCAST
dal blog “La trave e la pagliuzza” (Corriere.it)
Gli omaggi al Dalai Lama
di Arianna Ravelli
In teoria, avrei vinto una scommessa. Giorgio che ha scritto su questo blog aveva puntato sul fatto che nessuno dei nostri atleti avrebbe mai detto niente sul Tibet. Io in realtà la pensavo come lui, ma in una scommessa non si può stare in due dalla stessa parte.
In teoria dovremmo rallegrarci del fatto che i nostri atleti hanno finalmente nominato il Tibet e la questione dei diritti umani. Io non voglio dire che gli azzurri non vadano elogiati, tutt'altro.
Io non li avrei criticati nemmeno se non avessero espresso opinioni sul Tibet, esattamente come non è in grado di farlo il 90 per cento degli italiani.
Voglio solo ricostruire le cose, così, a onore di cronaca, giusto per mettere bene in fila gli eventi e per muovere una piccola critica alla mia categoria: non è che i nostri atleti sono usciti dalla barca, hanno finito la gara, si sono tolti la maschera, sono corsi ai microfoni e hanno parlato del Tibet.
Sono stati sollecitati, spronati, in qualche caso anche sfiniti dai giornalisti, prima di farlo.
Non cambia niente? Forse. Certo nessuno ha messo loro una pistola alla tempia: quelle frasi sono state pronunciate, però...
La cronologia degli eventi però è questa: la Granbassi qui a Pechino, durante i Giochi, ha sostenuto di non avere opinioni politiche in merito. Ha vinto due medaglie di bronzo, ha giustamente esultato, è tornata a casa, e poi alle televisioni ha parlato del Tibet e ha regalato la maschera al Dalai Lama. Benissimo, meglio tardi che mai.
Scatta però a quel punto l'ansia giornalistica. Fermare tutti gli atleti e chiedere se anche loro regalano qualcosa al povero Dalai Lama diventa l'imperativo categorico della giornata.
A notte fonda pechinese, la collezione aveva un che di grottesco: due body, un paio di guantoni, una maschera, il Tibet come una versione del Silk Market di Pechino.
Prendiamo la grandissima, equilibrata e intelligente Josefa Idem: alle prime quindici domande sulla Cina e il Tibet risponde che non ha gli strumenti per giudicare, che non si vuole sottrarre ma queste sono questioni complesse, che la Cina è un Paese dalla tradizione millenaria che sta cercando la sua strada.
Dopo ore di insistenze, a più riprese, cede, stremata dai colleghi come l'ucraina che le ha tolto l'oro non era riuscita a fare.
E allora certo, regala il body al Dalai Lama, ma ricorda "che sono i politici a dover tirare fuori gli attributi invece di mandare avanti noi atleti". Ineccepibile, dal mio punto di vista.
A questo punto, a nome della categoria e visto che c'è molto di nostro in questa campagna pro Tibet degli azzurri, regaliamo microfoni e taccuini al Dalai Lama.
In fondo, gli serviranno di più e ne avrà bisogno anche quando del Tibet, in Italia, si ricorderanno veramente in pochi.