Il giorno delle Olimpiadi
di Marilia Bellaterra
(presidente Aref-onlus e consigliere Associazione Italia-Tibet)
Alle ore 9 di stamattina, come da programma, una grande folla si e' raccolta nel Namgyal Temple. Dove alle testimonianze dei relatori si sono aggiunte le preghiere dei monaci ed e' stato intonato l'inno nazionale.
Tutte le persone erano vestite di nero. E neri erano pure i cartelli con gli slogano a sostegno dei diritti umani, di denuncia per il Governo di Pechino e di invito a non sospendere le azioni e la lotta. L'unico colore nei cartelloni, era quello del sangue. Il sangue dei tanti tibetani massacrati che hanno testimoniato con la loro presenza muta l'orrore delle violazioni subite da un popolo intero.
Altrettanto coinvolgenti i grandissimi striscioni che sono stati affiancati alla bandiera del Tibet dalla balconata del Tempio. Striscioni in memoria delle vittime torturate e imprigionate. E di monito per tutti a non abbandonare la lotta.
Al termine della cerimonia e' partita dal tempio una marcia davvero imponente composta da quasi 2000 partecipanti, tra monaci, civili, giovani, persone anziane e tanti bambini. Cui si sono aggiunte tutte le persone, solidali alla causa, che si erano assiepate al bordo della strada.
L'evento e' stato carico di commozione. Da parte dei marciatori che hanno espresso il loro profondo coinvolgimento, sia con l'intensità dei canti e delle preghiere, sia con la rabbia intensa ma controllata degli slogan che hanno accompagnato tutto il percorso. Tra questi, in aggiunta a quelli di lunga vita per il Dalai Lama, di ferma richiesta per il rilascio dei i prigionieri politici, di tagliente denuncia contro gli abusi del CIO e del Governo di Pechino, ricorreva la richiesta ai supporter internazionali di continuare nella forza della loro solidarietà e del loro impegno.
Colpiva l'energia dei monaci, anche di quelli davvero giovanissimi, che sembravano indicare a tutti i presenti il dovere di mantenere, sempre, attiva la lotta. Come colpivano gli occhi delle donne e degli uomini anziani, ricolmi di un dolore antico ma con la luce della speranza ancora accesa.
La marcia si e' conclusa, ancora una volta, nella piazza di Dharamsala dove gli organizzatori hanno parlato alla folla con un calore e con un'energia che rendeva testimonianza, emozione e voce al "never give up" del Dalai Lama.
Nel pomeriggio, alle 17 un nuovo appuntamento al Namgyal Temple. Per una cerimonia che definire toccante e' riduttivo. Già l'orario scelto - concomitante a quello di apertura dei Giochi Olimpici - caricava l'aria di forti emozioni. Poi le immagini. Uomini e donne vestiti di nero, con gli occhi chiusi e stretti, con le fasce nere sulla fronte o con i fazzoletti neri a chiudere la bocca. E poi le candele. Il piazzale di fronte al Tempio completamente ricoperto da candele, a formare la scritta "one world, one dream, Free Tibet", strette nelle mani delle centinaia di presenti, appoggiate ovunque a scaldare l'aria - e le speranze - con la loro luce.
Infine, un'iniziativa un po' a sorpresa. La richiesta a un rappresentante per ciascuno dei paesi esteri presenti a McLeod Ganjii di portare una breve testimonianza, o un messaggio, nelle propria lingua madre. Le nazioni presenti erano 20! Dall'India, alla Grecia, alla Francia, all'Italia, al Brasile, alla Germania, all"America, ad Israele, all'Olanda, alla Polonia ... E ciascuno ha condiviso con i presenti un messaggio di lotta, di speranza, di pace. Che tutti hanno compreso. Al di la' delle parole e dei suoni diversi dei tanti linguaggi. Perché il linguaggio non può che che essere lo stesso - e ugualmente comprensibile - quando e' un linguaggio di pace.