Il mio primo 10 Marzo
di Claudio Cardelli (vice presidente Associazione Italia-Tibet)
Sono le 8 del mattino. Un muro d’acqua oscura tutto lo scenario di montagne himalayane che circonda McLeod Ganj.
Di qui a poco deve iniziare la manifestazione del 10 marzo. Un monaco di nome Palden mi tranquillizza e mi assicura che durante la manifestazione non pioverà. Non so su che base possa affermare questo e assieme a Piero e Vicky mi avvio verso il Laghyan Ri da dove inizierà il corteo commemorativo dell’insurrezione di Lhasa del 1959.
E’ il 1988, siamo alla vigilia della fondazione di Italia Tibet e in tutti noi arde il “sacro fuoco” per liberare il Tetto del Mondo dal regime di Pechino. Abbiamo portato telecamere e macchine fotografiche. Abbiamo un’intervista con S.S. il Dalai Lama e con Lhasang Tsering che è presidente della Tibetan Youth Congress. Pochi gli occidentali presenti, almeno in rapporto ad oggi. C’è anche Richard Gere in compagnia di una ieratica principessa austriaca e una Canon reflex al collo. Richard ha i capelli mezzi tinti di un improbabile colore marroncino. I tibetani ben informati mi dicono che li aveva tinti per esigenze di set. I rododendri giganti continuano a sgocciolare ma la pioggia è in effetti cessata. C’è silenzio e una folla variopinta di laici, monaci, donne, studenti si porta nel luogo stabilito. Sento una forte tensione, come se stesse per esplodere qualcosa. E’ il mio primo 10 marzo e dentro vivo tutta la rabbia e la speranza di poter fare qualcosa per i miei amici tibetani. L’anno prima eravamo stati in Tibet. C’eravamo “tutti” anche se in gruppetti separati. Tornati a casa dopo gli scontri e le repressione a Lhasa del settembre 1987, ci siamo ritrovati con il medesimo pensiero ed obiettivo. Mettere su un gruppo organizzato di sostegno alla Causa del Tibet. Alcuni monaci si mettono alla testa del corteo. Uno di essi, con un particolare strabismo, comincia a subire una sorta di trasmutazione. Una voce devastante gli esce dalla gola e inizia ad urlare slogan che mi penetrano nel cervello, nella schiena, nel cuore. “Lunga vita al Dalai Lama” “Lunga vita al Panchen Lama” “Il Tibet è nostro” Cinesi a casa!!” ONU vogliamo giustizia!!” La voce rabbiosa guida le risposte della massa di tibetani. I bambini delle scuole del TCV alzano i loro cartelli, le donne tibetane, un concentrato di grinta e femminilità, squarciano l’aria e le montagne con le loro voci disperate. Un fiotto di lacrime mi inonda gli occhi e le guance. Guardo Piero e Vicky e vedo anche i loro volti contratti dall’emozione e da una forma inspiegabile di dolore che dopo venti anni ci fa essere ancora qui. Con i nostri capelli un po’ ingrigiti e i volti segnati dagli anni ma con la stessa, e forse maggiore, rabbia di allora. Il 10 marzo di quest’anno è però cruciale e definitivo. E non solo perché è il mio ventennale. Tibet Libero!