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Dal Blog Red Blue China del 6 Settembre 2008 (La Stampa.it)


Invasione di denaro in Tibet

di Francesco Sisci

Corrispondente da Pechino



Investimenti per oltre due miliardi di euro dovrebbero trasformare il tessuto sociale della regione e "comprare" l'anima lamaista dei locali.



La Cina ha deciso di avviare un mega piano industriale e minerario per trasformare radicalmente l’economia e la società del Tibet. L’obiettivo politico del piano potrà essere nei fatti la diluizione dell’influenza religiosa del capo spirituale del Tibet il Dalai Lama, in esilio e con cui i colloqui stentano ad andare avanti.

I piani industriali sarebero così un gran tocco di pane con cui comprare l’anima lamaista dei tibetani.


Il governo intende investire 21,17 miliardi di yuan, oltre 2 miliardi di euro, in 22 progetti.


Ci saranno dieci progetti minerari per un investimento di 15,9 miliardi di yuan, il Tibet ha grandi ricchezze minerarie inesplorate. Ci saranno quattro imprese di costruzioni e di materiali per costruzioni, si andranno a cavare pietre e marmi di cui la regione è ricca. Si faranno tre fabbriche di medicinali e di prodotti alimentari, alcuni tra i prodotti di medicina tradizionale cinese più popolari vengono dal Tibet, inoltre la medicina tibetana tradizionale è di moda in Cina.


Inoltre saranno istituite cinque zone di sviluppo industriale speciale entro i prossimi cinque anni per una spesa di circa 3,45 miliardi di yuan.


Gli incassi di questi progetti per il 2013, dopo la fase iniziale dovrebbero essere di 18,28 miliardi di yuan, con un profitto netto di 5,11 miliardi, spiegano le autorità locali per attirare investimenti di capitali privati cinesi e stranieri. Già quest’anno dovrebbero essere investiti 5,9 miliardi di yuan.


Le operazioni creeranno direttamente 15mila nuovi posti di lavoro, e decine di migliaia nell’indotto.

Attualmente il settore industriale è appena il 7,5% dell’economia del Tibet.


Già la ferrovia completata nel 2006 che collega Lhasa al resto della Cina ha cominciato a portare una trasformazione radicale nella regione, ma questi progetti industriali, che porteranno poi con loro investimenti nel settore immobiliare e commerciale, saranno una vera bomba atomica nella società tradizionale tibetana.


A questi progetti si aggiunge poi l’idea di trasformare il Tibet da un ostacolo a un vero ponte per i rapporti commerciali ed economici con l’India. Strade e ferrovie dal Tibet dovrebbero attraversare il Nepal e raggiungere poi il subcontinente indiano unendo nei fatti con una rotta terrestre abbastanza agevole i flussi di queste due immense popolazioni.


Pechino nei giorni scorsi, dopo la fine delle olimpiadi, aveva detto al Dalai Lama di accettare l’offerta cinese, e aveva aggiunto che non c’erano margini per trattative, il capo spirituale del Tibet poteva solo prendere o lasciare l’offerta.

In qualche modo mentre il Dalai Lama medita sul da farsi, Pechino mostra a lui e al mondo il suo secondo passo: un piano di trasformazione complessiva della regione. In questo orizzonte il Dalai Lama può tornare e partecipare in qualche modo alla trasformazione, che avvenga secondo modalità più consone alla cultura locale. Oppure il Dalai potrà restare all’estero, nel qual caso il piano procederebbe con meno attenzioni.


L’aspetto spirituale è completamente trascurato, anche perché il partito ormai non vuole più interessarsi della religione di per sé, ma solo dei suoi effetti pratici nella vita sociale.


D’altro canto con o senza il Dalai Lama l’opposizione al governo di Pechino al Tibet è ormai estremamente complicata. Oltre ai giovani tibetani all’estero, che contestano la moderazione del Dalai verso Pechino, ci sono poi alcuni tibetani che sono tornati ai culti shamanici prebuddisti del Tibet, convinti che lì ci sia la vera forza per opporsi alle nuove regole di Pechino.


Queste forze però, secondo Pechino, sono un problema diverso da quello religioso, sono un problema etnico, dove il denaro della crescita economica se non risolve tutto, come la ricchezza privata, almeno può aiutare molto.

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