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Jamyang Norbu 52 anni, ha lasciato il Tibet nel 1950, poco dopo l’annesione da parte della Cina e nel 1971 ha partecipato alle azioni di guerriglia anti-cinese in Mustang(Nepal) al confine con il Tibet. E’ un acceso critico della «via di mezzo» seguita dal Dalai Lama che predica la non-violenza e si limita chiedere che Pechino riconosca al Tibet una «genuina autonomia». Norbu è forse lo scrittore tibetano più noto e vive tra l’India e gli Stati Uniti. Tra i suoi libri ricordiamo i romanzi “Il mandala di Sherlock Holmes”, “Warriors of Tibet” e il saggio politico “Illusion and Reality”. E’ stato anche direttore della School of Performing Arts e del Tibetan Centre for Advanced Studies di Dharamsala. Questo che segue è un suo articolo che riprendiamo dal sito www.dossiertibet.it

La Lunga Marcia
di Jamyang Norbu
(traduzione a cura di Valerio D. della redazione di Dossier Tibet)
Madre Pollard fu probabilmente la partecipante più anziana al Montgomery Bus Boycott, la campagna contro la segregazione razziale in Alabama, tra il 1955 e il 1956. Apparentemente nessuno conosceva la sua vera età o il suo nome di battesimo, era chiamata solo Madre. Dopo alcune settimane di penosa camminata verso la meta, la gente sollecitò Madre Pollard ad abbandonare la marcia e a salire su un bus. Madre Pollard rifiutò, con un commento estemporaneo che rimase famoso. Disse: “i miei piedi sono stanchi ma l’animo è riposato”. Penso che così debbano essersi sentiti finora i marciatori Rangzen, piedi stanchi e cuori riposati, quando guardano le nevi che coprono i picchi in lontananza e sanno che si stanno avvicinando a casa.
Rovistando tra le foto nel loro sito web (tibetanupraising.org) ho notato un certo numero di vecchi amici e conoscenti tra i marciatori. Un vecchio ha una canna nella mano destra , una bandiera nazionale nella sinistra e un ritratto di Sua Santità appeso al collo. Sembra pronto ad affrontare altre centinaia di miglia.
Nella storia di molte lotte di liberazione compare almeno una marcia. C’è certamente la Lunga Marcia di Mao, che è stata molto mitizzata dalla Repubblica Popolare Cinese, ma il cui nucleo narrativo è stato efficacemente demolito, un paio di anni fa, da Jung Chang e Jon Halliday nel loro “Mao: La Storia Sconosciuta”. Hanno dimostrato che anche l’eroica battaglia al Ponte Luding (che i Tibetani chiamano gya chamsam chenmo e dicono sia stato costruito da Thangton Gyalpo) è stata inventata – di sana pianta – dalla propaganda comunista.
Ma le marce nei movimenti di liberazione non violenta, anche se forse meno celebrate, hanno una risonanza più sostanziale e genuina.
Ho incontrato a Dharamsala un vecchio pastore nero che aveva marciato con Martin Luther King da Selma a Montgomery, in Alabama. I marciatori sopportarono non solo il caldo, la polvere e la durezza della marcia in sé, ma subirono le provocazioni di militari e deputati dello stato con cani, manganelli, gas lacrimogeni e frustini. Diciassette marciatori finirono in ospedale e uno fu ucciso ma, dopo altre due marce, la coscienza della nazione si svegliò, e il Presidente Lyndon Johnson firmò il Voting Rights Act del 1965 (che rese incostituzionali le leggi segregazioniste).
Abbiamo poi la Marcia del Sale di Gandhi, dall’ashram di Sabarmati al villaggio costiero di Dandi, in Gujarat (circa 390 Km), il 12 Marzo del 1930. Allora fu inizialmente deriso da molti, soprattutto sulla stampa indiana di lingua inglese. Gli ultranazionalisti pensavano che un’azione simbolica come quella fosse ridicola e da disprezzare. La scelta di Gandhi della tassa sul sale come obbiettivo simbolico della sua marcia generò un’iniziale incredulità anche nel Comitato Esecutivo del Congresso, ma la tassa sul sale era una scelta profondamente simbolica, perché il sale era usato da tutti nel paese. Rappresentava l’8,2% delle entrate fiscali dell’Amministrazione Britannica in India, e colpiva in modo particolare i più poveri. Gandhi sentiva che questa protesta avrebbe fatto crescere la lotta per l’indipendenza indiana, in un modo particolare tra gli appartenenti ai ceti più bassi. Fu anche la prima azione dimostrativa del Purna Swaraj, o completo auto-governo, che era stato dichiarato il 26 Gennaio dell’anno precedente dal partito indiano del Congresso.
Il simbolismo della Marcia verso il Tibet va in quella direzione. È questo il fine verso il quale i marciatori, con la loro determinazione e il loro sacrificio, ci stanno dicendo di impegnare ogni nostra energia, ogni nostra risorsa, ogni cosa, per ottenere l’indipendenza che i Tibetani all’inizio di quest’anno urlavano nelle strade di Lhasa, Labrang, Kanze ed altri centri in Tibet. La Marcia del Sale fallì l’obbiettivo di ottenere maggiori concessioni dai Britannici ed ebbe come risultato l’incarceramento di 80.000 indiani, ma la campagna ebbe un effetto significativo sul mondo che cambiava e sull’atteggiamento britannico verso l’indipendenza indiana, e provocò per la prima volta il coinvolgimento attivo di un gran numero di indiani nella lotta.
So che molti sono scettici sulla Marcia verso il Tibet. Un ex-presidente del Tibetan Youth Congress ha rilasciato una dichiarazione di sfiducia al riguardo, in un incontro a New York all’inizio di quest’anno, e forse c’è qualche ragione per nutrire un certo scetticismo. Nel 1995 alcuni politici di Dharamsala, appartenenti alla United Association (chigdril tsokpa) e tre partiti regionali (cholka sum) organizzarono una Marcia della Pace verso il Tibet, che fu poi dirottata su Delhi. A metà strada, ad Ambala, i capi della marcia caricarono tutti sugli autobus, dichiarando che dovevano essere a Delhi per incontrare il Dalai Lama. Thupten Ngodup, che era stato tra i volontari in quella marcia, espresse più tardi il suo forte disappunto a un amico.
Ma questa volta i nostri marciatori si sono dimostrati coraggiosi, determinati e pieni di risorse. Ho perso il conto delle volte che i loro capi, o un contingente di marciatori, sono stati arrestati. In qualche modo riescono sempre a ricominciare. Quando ho visto la foto di quelli che sembravano migliaia di poliziotti indiani, che riempivano il bordo di una strada di montagna in Uttarkhand, ho pensato che tutto fosse finito, ma mi sbagliavo. Cinque volontari non tibetani avevano tirato fuori manifesti con su scritto “Quit India”, riuscendo probabilmente anche a distribuirli. Le autorità indiane avevano anche interrotto gli approvvigionamenti ai marciatori e sequestrato i loro camion, ma sembra che siano riusciti a superare anche questi problemi. Probabilmente il momento peggiore per i marciatori deve essere stato quando il Dalai Lama ha ordinato loro di interrompere la marcia. Sua Santità ha dichiarato alla stampa (Reuters) che riteneva la marcia pericolosa e inutile. Certo si tratta di una cosa pericolosa, un marciatore è già morto e, se le autorità indiane consentiranno loro di attraversare il confine, potrebbero essere accolti a fucilate dai Cinesi, inoltre potrebbero essere arrestati e incarcerati.
Sono stato informato che oggi, martedì 17, è il D-Day, i marciatori arriveranno a Dharchula, l’ultima città di confine prima della “linea interna” del confine indo – cinese. Il mio informatore mi dice che “sembra che la polizia domani qui fermerà definitivamente i marciatori e li arresterà tutti”. Ma io so che la marcia continuerà in qualche modo. Non posso dirvi come, ma ho una fede assoluta nel coraggio, nella determinazione e nelle capacità dei leader e dei partecipanti alla marcia.
Tutto ciò che chiedo a chi legge è di far conoscere questo articolo ad amici e conoscenti, e di convogliare quanta più attenzione pubblica è possibile su questo evento che sta facendo storia. Visitate il loro sito web e lasciate i vostri saluti ed incoraggiamenti. Dovrebbero saper che siamo sempre con loro. Non posso aiutarli in modo diretto ma domani andrò a bruciare ginepro e salvia e farò un’offerta sangsol con mia moglie e i miei figli. Offrirò una preghiera a tutti gli antichi dei e dee del Tibet (le fiere divinità che un tempo ci diedero la vittoria sull’impero Tang), perché proteggano i marciatori, proteggano la nostra gente e ne salvaguardino l’integrità, la forza vitale (La) della nostra antica nazione contro i demoni gya-dre della Cina.
Tra i marciatori c’è un ex-paracadutista che ha ricevuto una medaglia al valore dal Primo Ministro indiano, per aver spazzato via con un colpo solo due bunker pachistani a Kargil. Finora questi Tibetani stanno marciando pacificamente per la libertà, ma un giorno questa gente potrebbe marciare con i fucili. Quello che accadrà dipenderà in gran parte da come la Cina risolverà il suo problema tibetano. Ma la marcia andrà avanti.