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Dal blog “La nostra Cina”  (Corriere.it)


La soap opera


di Fabio Cavalera

Inviato a Pechino



E se fosse tutto un bluff? 


Non sono trascorse che poche ore dal drammone nazional-popolare e sull'ultima pagina di un quotidiano già campeggia una bella pubblicità. L'eroe è immortalato con la smorfia di dolore sulle labbra, un attimo prima di dire addio all'Olimpiade e di piantare in asso un miliardo e 300 milioni di cinesi delusi, piangenti, tramortiti.


Sotto la foto, spiccano alcuni slogan: «Amare la gloria, amare il dolore», «Amare lo sport anche quando ti spezza il cuore». La Nike, che annovera il «povero» Liu Xiang nella sua scuderia, ha battuto tutti sul tempo.


La tragedia del ragazzo che, infortunato, non riesce a dare voce al sogno della Nazione si trasforma d'incanto e con la velocità della luce in una lucrosa campagna promozionale. Troppo ghiotto il piatto.


L'audience, innanzitutto: nessun cinese si è perso il film di quegli istanti al Nido, nessun cinese è rimasto indifferente, nessun cinese non ha reagito. Un veicolo di promozione straordinario.


E non solo per la Nike. Ma anche per la Coca-Cola, per China Mobile, per la Cadillac, per la Visa, per Lenovo. Per tutte le imprese che nell'ultimo anno avevano versato a Liu Xiang 23,8 milioni di dollari allo scopo di sfruttarne il bel viso, la bella storia di successo, la favola del ragazzo che vince sempre.


Sta per arrivare un diluvio di spot.


Cambia il messaggio e lo si modella su timbri e note che sfruttano le emozioni del momento: dunque la compassione, il perdono, la forza d'animo, la voglia di tornare. Liu Xiang era l'icona del trionfo facile. Ora è l'icona dello sport sofferto, del cuore, dell'«importante è partecipare ».


Giocare sui sentimenti, le passioni e le mode, magari crearle, sono arti complesse e sopraffine. Possibile che nel giro di una notte alcuni brand internazionali siano stati così tempestivi, così veloci, così bravi nel ricostruire i canali e i contenuti della comunicazione pubblicitaria?


Sarà che pensare male è davvero facile ma la tempistica suggerisce un sospetto: che il dramma sia stato in verità una farsa costruita a tavolino.


Che Liu Xiang stesse male è vero. Che fosse impossibilitato a correre era evidente. Ma, visto che il suo staff lo sapeva (e forse pure gli sponsor), perché l'hanno mandato in pista? Esigenze di spettacolo. Forse di marketing.


Il ragazzo che prova e si arrende davanti al dolore fisico. La Cina che si affligge. Ancora, il ragazzo che fugge ma poi rilascia un'intervista alla televisione di Stato, il canale più seguito, nell'ora di punta, il ragazzo che chiede scusa e promette: «Non mollerò facilmente». Infine i quotidiani che titolano «Fratello curati», «Fratello riposati», «Fratello ti aspettiamo ».


Che dire? Una fantastica soap opera olimpica. Con mille attori. E un protagonista assoluto: Liu Xiang.


Fra i 70 mila taxisti di Pechino, molto sensibili, circola una battuta: «Questi shanghaiesi sono dei furbetti».


Liu Xiang, l'eroe, è di Shanghai.

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