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Dal blog “Estremo Occidente” (Repubblica.it)


Libertà di protesta ai Giochi:

una trappola

di Federico Rampini

Corrispondente da Pechino



Ji Sizun, 58 anni, è stato visto l’ultima volta l’11 agosto al commissariato di polizia del quartiere Deshengmenwai. Era andato a chiedere il regolare permesso per usare uno dei tre parchi che le autorità hanno designato come “zone di libertà d’espressione” durante le Olimpiadi. Voleva organizzare una protesta contro la corruzione. Quel giorno alle ore 12.15 alcuni testimoni lo hanno visto caricare su un’auto nera da tre poliziotti in borghese. Poche ore dopo la sua famiglia ha ricevuto una breve telefonata in cui Ji spiegava di “avere dei problemi”. Da allora non si hanno più notizie di lui, al cellulare non risponde.


Ji Sizun è uno dei pochi audaci che hanno voluto mettere alla prova la promessa fatta dal governo cinese alla vigilia dei Giochi.


Era il 23 luglio quando il capo della polizia Liu Shaowu, rispondendo alle domande della stampa straniera, indicò i tre parchi dove sarebbero stati autorizzati cortei, comizi, assemblee. “Le persone singole o i gruppi che lo desiderano – aveva annunciato il responsabile della sicurezza – potranno esprimere le loro opinioni, secondo la consuetudine invalsa in tutti i paesi che hanno organizzato le Olimpiadi”.


Da allora quei tre parchi sono rimasti sempre aperti, ma li frequentano solo le famigliole che portano i bambini a giocare, e i pensionati che fanno esercizi di tai-chi la mattina. Dall’inizio dei Giochi non si è svolta nessuna manifestazione. E non perché siano mancate le richieste.


Anche Ge Yifei, una dottoressa di 48 anni, ci ha provato. E’ venuta apposta dalla città di Suzhou per organizzare una protesta durante i Giochi. Voleva denunciare l’esproprio illegale e l’espulsione forzata di alcuni abitanti dalle loro case. I poliziotti della sua città l’hanno seguita fino a Pechino. Non appena è andata a presentare la domanda per poter manifestare, gli agenti di Pechino l’hanno consegnata ai colleghi di Suzhou, che se la sono “riportata” a casa.


Il pretesto: a posteriori si è scoperto che in base al regolamento di polizia della capitale, solo chi ha la residenza anagrafica a Pechino può far valere un diritto a usare quelle tre zone destinate alla “libertà di espressione”. I cinesi delle provincie possono solo assistere ai Giochi, ammesso che siano riusciti a comprare i biglietti. Altrimenti sono dei potenziali turbatori dell’ordine pubblico.


Lo hanno scoperto a loro spese i genitori del Sichuan, i cui figli sono stati uccisi dal terremoto del 12 maggio nel crollo degli edifici scolastici costruiti senza rispettare le norme antisismiche. Alcuni di quei genitori volevano approfittare delle Olimpiadi per sensibilizzare le autorità centrali alla loro tragedia, chiedere giustizia, implorare indagini serie sul crollo delle scuole. Dovevano venire a Pechino nella speranza che il governo ascoltasse le loro denunce. Non sono neanche riusciti a partire. La polizia li ha intercettati all’aeroporto di Chengdu, il capoluogo del Sichuan. Gli agenti hanno stracciato i loro biglietti aerei prima che tentassero di imbarcarsi.


Non è soltanto nei confronti dei “provinciali” che l’istituzione dei tre parchi si è rivelata una beffa crudele.


La signora Zhang Wei aveva le carte in regola per ottenere il permesso. E’ residente a Pechino, nel quartiere storico di Qianmen. Proprio in vista dei Giochi l’area di Qianmen è stata restaurata per restituirle l’aspetto che aveva un secolo fa. E’ diventata un’attrazione turistica piena di ristoranti, negozi, cinema e teatri che riproducono un’architettura antica. Ma il progetto urbanistico ha avuto un costo sociale pesante. Sono state demolite molte casette popolari, gli abitanti hanno subìto espulsioni forzate. Pochi giorni prima dei Giochi a Qianmen ci fu una manifestazione di protesta popolare, repressa duramente dalla polizia. Zhang Wei voleva riprovarci. A Olimpiadi iniziate, il 12 agosto, la signora Zhang si è presentata al commissariato di quartiere a Qianmen. Portava una lettera firmata da altri venti vicini: la richiesta di usare uno dei parchi appositamente designati, per una protesta contro gli sfratti violenti. Quel 12 agosto è l’ultima volta che suo figlio Mi Yu l’ha vista. Zhang è stata arrestata e condannata. Sconterà un mese di carcere per “minacce all’ordine pubblico e alla stabilità sociale”.


Le organizzazioni straniere non hanno avuto più fortuna. Reporters Senza Frontiere voleva organizzare delle proteste durante i Giochi, ma i suoi membri non hanno ricevuto il visto per la Cina.


Che i tre parchi dedicati alla libertà di manifestare fossero una messinscena, lo si era sospettato subito.


La legge cinese infatti lascia alle autorità un arbitrio assoluto per decidere che i candidati manifestanti sono dei sovversivi, nemici della sicurezza e dell’unità nazionale.


Quanto è accaduto dall’inizio dei Giochi supera ogni timore: la promessa delle zone libere si è rivelata addirittura una trappola, chi ci è cascato è andato a consegnarsi nelle mani della polizia.

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