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Dal blog “Estremo Occidente” (Repubblica.it)


Pechino accusa la stampa estera

di Federico Rampini

Corrispondente da Pechino



Le autorità cinesi negano che la polizia abbia sparato lunedì contro una manifestazione di tibetani facendo una strage. E passano al contrattacco. Sferrano dalla sede dei Giochi olimpici una dura offensiva contro la stampa occidentale, accusata di essere “prevenuta” e di “non scrivere la verità”.


La pesante reazione è giunta dopo l’intervista concessa a Le Monde dal Dalai Lama, in visita in Francia. Il quotidiano francese aveva riferito che 140 persone sarebbero morte durante una protesta a Garze, località tibetana nella provincia del Sichuan.


Secondo una successiva precisazione del Dalai Lama quel bilancio era stato raccolto dal suo entourage ma lui stesso non poteva confermarlo “per l’impossibilità di fare controlli incrociati”. Il leader buddista ha tuttavia confermato che a Lhasa e in altre località la violenta repressione della rivolta di marzo ha fatto 400 morti.


Ieri un funzionario governativo di Garze ha opposto una secca smentita alle voci sulla strage del 18 agosto. “In questa zona – ha detto – non c’è stata alcuna protesta repressa nel sangue”. Altri riscontri con fonti indipendenti non sono possibili. Come al Dalai Lama, anche ai mass media stranieri è vietato visitare Garze o contattare gli abitanti. La cittadina è al di fuori dal Tibet ma ugualmente è isolata. E’ sotto controllo militare, i collegamenti telefonici sono interrotti e ai residenti è proibito parlare con gli stranieri.


Le voci su nuove violenze contro i tibetani sono rimbalzate ieri mattina alla consueta conferenza stampa del Comitato olimpico. A rispondere c’era come sempre Wang Wei, il portavoce delle autorità olimpiche cinesi.


Wang è un volto ormai noto ai giornalisti stranieri. E’ un abile diplomatico, capace di smussare gli angoli. E’ il volto impeccabile che dialoga con il resto del mondo per conto del Bocog (comitato olimpico di Pechino). Ma la sua eleganza nel dribblare le domande più scomode ieri si è dileguata improvvisamente. Alla domanda sul Tibet Wang è sbottato: “Non ho sentito che la polizia abbia aperto il fuoco sui tibetani ma so quel che è successo durante gli scontri scoppiati a Lhasa a marzo. La polizia in quel frangente fu molto moderata ed evitò di aprire il fuoco, nonostante fosse sotto attacco. Molti poliziotti furono aggrediti e anche uccisi. Questa è l’unica informazione che ho per il momento”.


Wang ha ripreso fiato mentre prendeva la parola Giselle Davis del Comitato olimpico internazionale (Cio).


Solo qualche minuto di intermezzo ed è tornato all’attacco lui, questa volta per una lunga requisitoria contro la stampa straniera. “Ci sono molte critiche in questa sala stampa – ha detto Wang – e questo riflette quanto siano prevenuti certi mass media contro la Cina, quanto poco capiscano la Cina.


E’ la stessa esperienza che abbiamo avuto quando la fiaccola olimpica viaggiava fuori dal paese. I Giochi offrono un’ottima finestra per vedere la vera Cina. La storia dimostrerà chi siamo veramente, qual è il progresso in atto nel nostro paese. La storia dimostrerà che fu corretta la decisione del 2001 di assegnare le Olimpiadi alla Cina”.


Dopo aver regolato i conti con i giornalisti il portavoce olimpico è ritornato anche sul Tibet. “Voi non conoscete il Tibet. Dovreste chiedere cosa ne pensa la gente comune a Pechino, in tutta la Cina, e nello stesso Tibet.


Io ci sono stato due volte. Nel 1998 ci andai per un programma di sostegno alle scuole. Per l’istruzione ogni tibetano riceve dalla Repubblica Popolare 10.000 renminbi (1.000 euro, ndr) all’anno. Tutte le provincie della Cina aiutano il Tibet. Ho amici in Tibet che sostengono le riforme cinesi, le loro condizioni di vita sono nettamente migliorate. Sono contenti. E’ meglio che voi sappiate qualcosa prima di trarre conclusioni.


Questo è il progresso della Cina, lo sviluppo. Questa è la ragione per cui la gente nelle strade è così contenta, è così ottimista sul suo futuro. Anche gli atleti sono contenti di questi Giochi. Ma i mass media devono scrivere articoli, devono trovare qualche notizia. Scrivete notizie vere, per favore. Grazie”.


Un lungo, insolito, appassionato sfogo. Un grido dell’orgoglio nazionale ferito, una reazione quasi esasperata.


Perfino l’alto funzionario Wang che si è allenato da anni per reggere il ping pong con la stampa dei paesi democratici, sembra aver raggiunto il suo limite di sopportazione. Il processo quotidiano che questi Giochi lo costringono a subire, ieri di colpo gli è sembrato un esercizio intollerabile.


Intanto il Cio ha dovuto prendere atto con “rammarico” del trattamento inflitto dalla polizia di Pechino a due fotoreporter dell’Associated Press che mercoledì avevano seguito una manifestazione pro-Tibet. Secondo la denuncia della federazione della stampa estera in Cina, “uno è stato immobilizzato a terra, con il viso schiacciato contro l’asfalto, un braccio piegato violentemente dietro la schiena, mentre gli toglievano l’apparecchio fotografico; l’altro è stato spinto a terra e gli è stata strappata la videocamera”.


Wang ha risposto che i giornalisti erano stati scambiati per dei manifestanti.

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