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La Repubblica - Blog del 28 Marzo 2008

Tibet e diritti umani, perché siamo cauti con la Cina

di Federico Rampini

(Corrispondente da Pechino de La Repubblica)


Su un piatto della bilancia c’è il Dalai Lama e la sorte di sei milioni di tibetani. Sull’altro piatto ci sono 1.600 miliardi di dollari, il più ricco “tesoro di guerra” mai accumulato da una banca centrale: le riserve valutarie ufficiali di Pechino.

Questa è l’equazione impossibile che i governanti occidentali hanno in mente quando si affaccia all’orizzonte l’ipotesi di boicottare le Olimpiadi di Pechino. Non sono tanto i Giochi, il problema. Un escamotage diplomatico si può sempre trovare: per esempio l’assenza dei massimi leader occidentali dalla tribuna d’onore durante la cerimonia d’apertura l’8 agosto. Un piccolo schiaffo al presidente Hu Jintao, colpevole di aver scatenato una repressione feroce contro le proteste dei tibetani. Ma del vero boicottaggio dei Giochi nessuno vuol parlare. Prescindiamo pure dalla discussione sulla utilita` di un boicottaggio (io credo che sarebbe controproducente anche per le reazioni nazionaliste che susciterebbe nel popolo cinese). La questione non si pone neppure, com’e` evidente in queste ore dal dibattito al vertice europeo. Il timore è che un gesto di rottura così spettacolare – che neanche la censura televisiva di Pechino riuscirebbe a occultare – possa segnare l’inizio di una escalation di ostilità, un rapido degrado delle relazioni tra l’Occidente e la Cina, il precipitare verso una nuova guerra fredda.

Molto diversa dal confronto con l’Unione sovietica. Mosca a quei tempi aveva un formidabile deterrente nucleare, ogive atomiche puntate contro l’America e contro l’Europa. Di che distruggere il pianeta in pochi minuti. Ma il prezzo da pagare era altissimo anche per il Cremlino: la distruzione reciproca assicurata. La Cina possiede anche armi atomiche e una tecnologia bellica sofisticata in rapida crescita; ma il suo deterrente più concreto, più attuale e più temuto è un altro. Mentre l’Urss era un colosso militare e un nano economico, Hu Jintao e la sua generazione di “nipoti di Mao Zedong” hanno accumulato un arsenale ben più adatto al XXI secolo.

E’ prima di tutto un arsenale finanziario, da guerra dell’economia globale. Quei 1.600 miliardi di dollari sono il risultato di anni di attivi commerciali record messi a segno dalla Repubblica popolare nel suo interscambio con l’America e l’Unione europea. Che esista questa immensa ricchezza custodita nei forzieri della banca centrale di Pechino, ormai è un dato noto. Ma il suo significato reale, le conseguenze potenziali, sfuggono ancora a molti. Un altro modo per illustrare questa realtà, è ricordare che nel corso dell’ultimo decennio in media ogni cittadino degli Stati Uniti ha preso in prestito – letteralmente – 4.000 dollari da un cittadino cinese. E che gli abitanti della nazione più popolosa del pianeta hanno consumato solo metà della ricchezza che producono, per permettere a noi di mantenere il nostro tenore di vita. Tutti questi paradossi si riassumono in una gigantesca anomalia: la Cina, che a tutti gli effetti si deve ancora considerare come una superpotenza “emergente”, da molti anni trasferisce capitali a paesi più ricchi di lei, i paesi di più antica industrializzazione. In particolare, trasferisce fondi all’America. E’ una situazione che, in queste proporzioni e a questi livelli, non ha precedenti nella storia dell’umanità. (Molti paesi emergenti in passato erano semmai bisognosi di investimenti, non esportatori di capitali).

In questa anomalia è racchiusa una grande fragilità dell’economia globale, il germe di una crisi destabilizzante. Una catastrofe che nessuno vuole e che rende i nostri governi molto prudenti nelle relazioni con Pechino. Anche quando sentono montare l’indignazione dell’opinione pubblica occidentale per gli abusi contro i diritti umani, come nel caso del Tibet.

Quanto sia labile l’equilibrio su cui si regge la finanza globale, lo ricordano due episodi minori accaduti negli scorsi mesi (e già dimenticati dai non addetti ai lavori). Il primo fu una dichiarazione di un economista cinese semisconosciuto, un certo He Fan che lavora come ricoercatore all’Accademia delle Scienze sociali di Pechino. In un articolo pubblicato sul quotidiano China Daily He Fan accennò che se il dollaro continua a predere valore, la Cina potrebbe spostare le proprie riserve convertendone una parte in altre monete come l’euro. Un’osservazione banale e di buonsenso, ma con un risvolto terrificante: i mercati quel giorno reagirono con un accesso di panico e il dollaro segnò uno dei suoi capitomboli-record verso l’euro. Qualche tempo dopo fu un vecchio arnese della nomenklatura comunista, Cheng Sinwei, a riprendere la stessa argomentazione dell’economista: immediatamente il dollaro ebbe una nuova caduta, nonostante che Cheng Sinwei non abbia alcuna responsabilità di politica economica a Pechino e sia un illustre sconosciuto nel resto del mondo. Due personaggi minori, ma ambedue avevano toccato un nervo scoperto: donde la reazione isterica dei mercati.

Per il momento il governo del premier Wen Jiabao e la banca centrale cinese non hanno iniziato a disinvestire i loro dollari. La Repubblica popolare continua a tesorizzare circa il 65% delle sue riserve valutarie (che crescono al ritmo di un miliardo di dollari al giorno) nella moneta degli Stati Uniti. E per lo più lo fa investendo in Treasury Bonds, i BoT emessi da Washington. Ma gli americani si rendono conto che questa situazione è al tempo stesso eccezionale, e come tale anche precaria. “Non si è mai visto – ha scritto su The Atlantic il celebre opinionista James Fallows – un paese giovane, dinamico e in crescita, che è disposto a non utilizzare mille miliardi di dollari per prestarli invece a un paese maturo e già ricco”. Più drammatico, l’economista di Harvard ed ex ministro del Tesoro di Bill Clinton, Larry Summers, ha definito la situazione attuale dell’economia globale come “l’equilibrio del terrore finanziario”, con un’allusione all’equilibrio del terrore nucleare che caratterizzò il confronto Usa-Urss.

La realtà è che la Cina sta rinunciando a investire in casa propria quei 1.600 miliardi di riserve valutarie che potrebbero servire (a scelta): ad aumentare i suoi salari e i suoi consumi interni; a migliorare scuole e ospedali; a costruire un Welfare State, un sistema pensionistico e di sicurezza sociale. Invece usa gran parte di quelle immense ricchezze per (nell’ordine): consentire al Tesoro Usa di spendere più di quello che incassa; finanziare indirettamente anche la guerra in Iraq; consentire ai consumatori americani di vivere al di sopra dei propri mezzi, consumando più di quel che guadagnano e pagando relativamente poche tasse.

Non è soltanto l’America ad essere beneficiata dalla generosità dello “zio cinese”. Noi europei, che giustamente ci lamentiamo per i danni alla nostra competitività provocati dall’euro forte, non abbiamo capito che le cose potrebbero andare molto peggio. Proviamo a immaginare cosa succederà il giorno in cui, davvero, Pechino comincerà a disfarsi dei suoi dollari e diversificherà le riserve valutarie in monete più sicure. L’euro schizzerà al rialzo a livelli stratosferici rispetto a quelli attuali, con effetti ancora più disastrosi per le nostre esportazioni. La Federal Reserve, per arginare il panico e la fuga generalizzata dal dollaro, dovrà alzare i tassi d’interesse peggiorando la recessione americana.

Naturalmente in questo scenario anche i cinesi rischiano di perderci qualcosa: un’America in preda a una crisi storica, tipo Grande Depressione del 1929, comprerebbe molto meno i prodotti made in China. L’equilibrio del terrore finanziario, con l’incubo della “distruzione reciproca”, può rivelarsi precario ma stabile proprio come il suo equivalente nucleare tra Usa e Urss.

Ma nessuno, nei palazzi del potere in Occidente, ha voglia di verificare fin dove arriva la pazienza cinese. Pechino potrebbe cominciare a pentirsi di quei “salvataggi” di banche occidentali compiuti dai fondi sovrani cinesi, che non si sono necessariamente rivelati dei buoni investimenti. Una parte dell’opinione pubblica cinese potrebbe aprire gli occhi di fronte al travaso di ricchezza nazionale che viene investita nei mercati finanziari dei paesi ricchi anziché in scuole, ospedali. Nessuno in Occidente vuol essere il primo a premere sul grilletto di una escalation di ostilità e rappresaglie.

In una situazione simile perfino un “innocuo” boicottaggio delle Olimpiadi viene considerato con estrema cautela. E le proteste simboliche degli attivisti umanitari contro il percorso della fiaccola olimpica, se scatenano reazioni furibonde nel regime autoritario di Pechino, suscitano qualche brivido anche nelle diplomazie dei paesi liberaldemocratici. Non si sa mai che si ripeta una Sarajevo: il celebre attentato all’arciduca che innescò una spirale di reazioni e controreazioni fino alla prima guerra mondiale. Nel XXI secolo la nuova Sarajevo sarebbe l’inizio di un conflitto economico con la Cina che sprofonderebbe la globalizzazione in un’era glaciale.

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