LINK
PODCAST
Prima vedere yak
di Giovanni Vuono
La richiesta del governo cinese di incontrare al più presto inviati del Dalai Lama suona come il canto di una sirena ammaliatrice. Ha fatto esultare i protagonisti della politica internazionale che avevano speso una parte del loro prestigio e della loro influenza per chiedere ai dirigenti cinesi di incontrare e parlare con il Dalai Lama. Ma potrebbe spingere anche a rallentare l’azione di pressing verso la Cina, dando per scontato un qualche risultato.
Allora la domanda sorge spontanea. C’è da fidarsi o c’è sotto qualche tranello?
Intanto è da registrare l’espressione che è stata usata nel formulare la proposta che di per sé è anomala nell’economia della dialettica diplomatica cinese. E’ forse la prima volta che il governo cinese usa il termine “inviato del Dalai Lama”. Di solito l’espressione usata è più superficiale e indica un livello di considerazione molto contenuto: coloro che pure erano inviati del Dalai Lama sono stati sempre definiti dei “patrioti che venivano a parlare con la loro Madre Patria”. Riconoscere, quindi, degli emissari del Dalai Lama come tali è una novità.
Fermiamoci ora per una breve riflessione e facciamo una valutazione tecnica di comunicazione.
Non possiamo fare a meno di considerare la notizia della richiesta cinese come di una comunicazione rivolta tutta all’esterno della Cina. Non è un caso che sia stata l’agenzia governativa Nuova Cina (XINHUA) a lanciarla citando fonti non identificate del governo e a fare in modo che fosse ripresa dall’informazione internazionale.
E non possiamo fare a meno di considerare, stavolta come rivolta all’interno, un’altra comunicazione dello stesso giorno. E’ quella del “Quotidiano del Popolo”, organo di stampa del Partito Comunista Cinese, che riformulava le solite accuse nei confronti del leader tibetano accusandolo di essere il regista delle rivolte in Tibet, di destabilizzare l’unità nazionale cinese e di adoperarsi per boicottare le Olimpiadi e che concludeva con il ribadire la promessa che il governo avrebbe reagito con fermezza e decisione al fine di porre termine a tutto questo.
Queste due diverse modalità di comunicazione non sono certo casuali o estemporanee ma costituiscono elementi di una vera strategia di comunicazione con obiettivi precisi e determinati.
Faceva notare Federico Rampini, inviato de La Repubblica a Pechino, che il governo cinese si era affidato a un’agenzia di PR americana per migliorare la propria comunicazione. E’ vero, la Hill & Knowlton, nota Agenzia di PR, lavora già per il comitato olimpico e anche altre agenzie sono state contattate per gestire il possibile punto debole della comunicazione. Anche questa è una novità assoluta: è la prima volta, infatti, che si coinvolge nella propria attività di strategia politica qualcuno esterno alla Cina o al suo governo.
La risultante di questa strategia quale potrebbe essere?
Con la comunicazione rivolta all’esterno, quella della disponibilità al dialogo con il Dalai Lama per intenderci, si tende a placare la pressione dei governi internazionali le cui richieste si sono fatte sempre più decise con la minaccia del boicottaggio anche solo della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Si cerca di calmare le proteste dell’opinione pubblica internazionale presso la quale l’immagine della Cina è forse irrimediabilmente danneggiata. E si vorrebbe anche ottenere la cessazione delle ostilità tibetane fuori e dentro il Tibet, specie in vista del passaggio della torcia nel paese delle nevi.
Con la comunicazione rivolta all’interno, invece, si vuole ribadire il potere forte e la capacità di controllo della dirigenza cinese, la solidità di una nazione unita che non si fa intimorire da nessun tipo di pressione e non accetta ingerenze esterne nei propri affari. E poi, cosa da non sottovalutare, rassicurare e garantire sicurezza e incolumità a quella popolazione Han che viene stimolata e invitata a stabilirsi in Tibet e, di fatto, a proseguire l’azione colonizzatrice dell’altopiano. Specie di quella Regione Autonoma del Tibet (TAR), strategicamente importante nello scacchiere geo-politico, che è a ridosso dei confini sud occidentali.
A questo punto il quadro sembrerebbe abbastanza definito. E appare chiaro che la Cina come obiettivo impellente voglia ottenere una tregua sulla questione Tibet e diritti umani, passare indenne la manifestazione olimpica e poi... Poi si vedrà.
Una tregua soprattutto mediatica per cui verrebbero a cessare le informazioni circa le pressanti richieste dei governi internazionali con il conseguente calo di interesse per la questione da parte dell’opinione pubblica e poi... Poi si vedrà.
O forse non si vedrebbe un bel niente e ne seguirebbe una politica di restaurazione dell’ordine con modalità già tristemente note.
Certo i vari Sarkozy, Merkel, Brown, Bush, Barroso (Ops! Chi citiamo dei nostri baldi governanti italici? Ce ne fosse uno!) vedono in questa richiesta di dialogo da parte della Cina una qualche risposta alla loro azione. E, da un punto di vista diplomatico, i loro commenti non potevano che essere di plauso e di soddisfazione. Questo però non deve significare che si è raggiunto un risultato rilevante. Questo non deve significare esaurita l’azione di spinta democratica e di rispetto dei diritti umani verso la Cina. Perché in realtà non si è ottenuto un bel niente.
Osservatori internazionali che si dedicano alla questione con molta attenzione sono concordi nel giudizio.
Brahma Chellaney, analista del Centro Studi Strategici con base a New Delhi, dice che: “La Cina non ha fatto concessioni e il suo primario interesse è di vedere concluse nel migliore dei modi le Olimpiadi”.
Srikanth Kondapalli, professore associato alla cattedra di Studi Cinesi della Jawaharlal Nehru University di Delhi afferma che: “La proposta cinese non è sincera ed è sulla stessa linea dei precedenti sei incontri e quest’ultima proposta di dialogo non presenta particolari novità”.
Sukh Deo Muni dell’Istituto di Singapore di Studi del Sud-Est Asiatico dice che: “Si tratta di una vittoria della pressione sulla Cina che non vuole vedere danneggiata la vetrina olimpica”.
E tutti sono daccordo nel continuare ad insistere su questa linea. Ancora una volta è il professore Kondapalli che sottolinea come “Chi mai avrebbe pensato prima di due mesi fa che il Tibet fosse così al centro dell’attenzione internazionale?”.
Anche da noi in Italia, un osservatore attento oltre che, da decenni, interessato alla questione tibetana come il giornalista e scrittore Piero Verni è convinto assertore che l’azione continua anche molto disturbante, certo non violenta, paghi e produca risultati molto più che una politica attendista come quella del governo tibetano in esilio. E cita la Marcia verso il Tibet, tuttora in corso, attuata dalla comunità in esilio come un esempio di elemento catalizzante della protesta che è significativa sia fuori che dentro il Tibet. Sia per i tibetani che per le organizzazioni di supporters.
C’è da dire però che stavolta anche lo stesso Dalai Lama ha precisato che se incontro ci sarà deve contenere una proposta seria di dialogo. E il primo ministro del suo governo, il professore Samdhong Rimpoche, ha dichiarato che la situazione attuale in Tibet non costituisce una base soddisfacente di dialogo.
Finalmente insomma si sentono espressioni più vicine al popolo tibetano e a chi è attivo sul fronte della questione.
E non è una considerazione alla buona quella di richiedere qualche concessione concreta e di sostanza ancora prima di stabilire i termini di un incontro fra le parti. Insomma dobbiamo mantenere alta la guardia e continuare a 360 gradi la spinta attiva nei confronti della Cina ma anche verso i governanti internazionali perché anche loro continuino la loro azione diplomatica e non lascino cadere la minaccia del boicottaggio.
Per dirla come va detta, prima di scendere a patti e di fare alla Cina la concessione che la protesta cesserà, che potranno farsi le loro Olimpiadi in santa pace, che tutti ce ne staremo buoni buoni... Prima di sborsare anche una sola di queste monete diciamo: “Prima vedere cammello”. Anzi, in questo caso diciamo pure: “Prima vedere yak!”