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La Stampa - Blog Red Blue China del 5 aprile 2008


Riscoppia il Tibet

di Francesco Sisci

(Corrispondente da Pechino de La Stampa)





Numerosi morti e feriti a a Ganzi, nel Sichuan, dove i tibetani sono riscesi sul sentiero di guerra



Tornano a suonare i tamburi di guerra in Tibet. Dopo giorni di pace, di silenzio stampa, di calma che, ora è chiaro, era solo apparente, sono ricominciate le proteste violente sull’altopiano più alto del mondo.


Sfidando l’ira delle autorità che hanno promesso punizioni veloci e dure contro gli organizzatori di manifestazioni antigovernative, dimostranti sono tornati in piazza a Donggu, nel distretto di Ganzi nell’area tradizionalmente tibetana della provincia del Sichuan.

Secondo fonti tibetane in esilio almeno otto dimostranti sono stati uccisi in scontri scoppiati dopo che la polizia era entrata nei monasteri per sequestrare le immagini del Dalai Lama.


In nottata l’agenzia ufficiale Nuova Cina ha scritto in un breve dispaccio che un poliziotto è rimasto gravemente ferito in tumulti scoppiati giovedì sera.

Un funzionario del governo distrettuale ha detto: “la polizia è stata costretta a sparare colpi di avvertimento in aria per far cessare la violenza… un ufficiale è stato attaccato e ferito gravemente.”

Secondo informazioni di Pechino una folla armata di coltelli e sassi ha ucciso un poliziotto cinese a Ganzi alla fine di marzo.

Il 16 marzo una folla di monaci e residenti del vicino distretto di Abe sono scesi in piazza chiedendo l’indipendenza del Tibet dalla Cina. Oltre 200 agenti sono rimasti feriti nelle violenze seguite alla dimostrazione. Subito dopo Pechino ha inviato decine di migliaia di agenti della polizia armata nella zona. L’intera area è oggi presidiata e gli stranieri non possono accedervi.


Il vice governatore del Tibet Baima Chilin, di etnia tibetana, e responsabile per la sicurezza nella regione, aveva esortato i giudici a “usare i processi legali contro la criminalità per colpire i criminali e tagliare l’erba sotto ai piedi dei separatisti. Usate ampie prove per esporre al mondo le menzogne della cricca del Dalai Lama sulla pace e la non violenza”.


Giovedì Lhasa annunciava che erano stati arrestate 800 persone che avevano partecipato alla rivolta del 14 marzo e in 280 si erano consegnati. Inoltre Pechino dichiarava di avere sequestrato ampi quantitativi di armi e munizioni, “comprese due bombe a mano”, nei monasteri tibetani perquisiti.


Sembrava che la situazione fosse tornata sotto controllo, tanto che ieri le autorità annunciavano anche la riapertura del turismo in Tibet per il 1 maggio. Inoltre confermava il passaggio della torcia olimpica da Lhasa. In teoria questa ultima protesta, avvenuta fuori dalla regione autonoma del Tibet, non dovrebbe interessare la riapertura del turismo destinato a Lhasa. In realtà la nuova protesta di Ganzi dimostra però che la situazione è lungi dall’essersi tranquillizzata.


Nei giorni scorsi esponenti del governo tibetano in esilio avevano detto che la polizia cinese stava usando forme di tortura fisiche e psicologiche contro i tibetani detenuti. Monaci e suore sono stati costretti a compiere un atto sacrilego per il buddismo lamaista: calpestare la foto del Dalai Lama il loro re-dio, hanno detto tibetani in esilio.

Né le proteste in Tibet concludono l’intero quadro dei problemi cinesi.

Dopo le notizie delle violente proteste indipendentiste a Khotan nella regione a maggioranza musulmana del Xinjiang il 23 e il 24 marzo, fonti americane riferiscono che a Urumqi, capoluogo della regione, circolano voci insistenti che una donna si sarebbe fatta esplodere al centro della città.

Inoltre ieri a Guljia, sempre in Xinjiang, sarebbero state arrestate 25 persone sospettate di stare fabbricando delle bombe.